L' Europa avrebbe radici giudaico-cristiane? Chi lo sostiene, si atteggia a paladino della verità, ma a ben vedere dimostra soltanto la propria ignoranza...
O si tacuisses, philosophus mansisses!

 

Un' idea antichissima

 Se si chiedesse a tutti quali siano le regole migliori, dopo approfondita analisi ogni essere umano giungerebbe alla conclusione che proprio le sue sono le migliori. Di conseguenza, solo un pazzo può prendersi gioco delle convinzioni altrui.

Queste parole hanno 2500 anni. Furono scritte da Erodoto, nato ad Alicarnasso (sulla costa sudoccidentale dell' Asia Minore) verso il 484 a.C. e morto a Thurioi in Magna Grecia una sessantina d' anni piú tardi. Sono il piú antico manifesto pervenutoci del relativismo e, col senno di poi, ci appaiono come il testamento d' un mondo ben diverso da quello che conosciamo.
Socrate era contemporaneo di Erodoto e la pensava in modo diametralmente opposto, o almeno cosí ha riferito Platone. La visione socratica del mondo, mediata da Platone e da Aristotele, divenne ben presto dominante. Da allora, il relativismo è visto come qualcosa di diabolico da tutte le religioni, è bollato di disfattismo e qualunquismo da tutti gli stati, è condannato da tutte le scuole come contrario alla verità. Ma è davvero tanto terribile, il relativismo?
Lasciamo ancora la parola ad Erodoto:

Che ognuno prediliga le proprie usanze, è dimostrato dal seguente esempio. Quando Dario regnava in Persia, convocò una volta a corte tutti i greci che vivevano là e domandò loro a quale prezzo fossero disposti a mangiare le carni dei loro padri morti; quelli risposero che non l' avrebbero fatto per nessuna cosa al mondo. Poi Dario convocò i kallati dell' India, che per tradizione usano mangiare i genitori morti, e in presenza dei greci (ai quali un interprete traduceva le domande del re e le risposte degl' indiani) chiese loro a quale prezzo sarebbero stati disposti a cremare i loro defunti. I kallati levarono alte grida e implorarono il re di non bestemmiare in quel modo. Ecco come stanno le cose riguardo alle diverse regole, e credo proprio che Pindaro abbia ragione nel dire che il nómos è re di tutti i veventi.

Il sostantivo nómos significava legge, regola, ma anche, piú blandamente, usanza e credenza, perché il pensiero relativista non concepiva leggi che valessero in assoluto: quello che valeva in una polis, non valeva necessariamente in un' altra.
Con accento diverso (
nomós) la stessa radice nominale indicava ciascuno dei diversi elementi d' una divisione territoriale (distretto, ma anche semplicemente terreno recintato). Lungi dall' essere un concetto astratto, il relativismo antico presupponeva infatti un mondo reale nel quale le diversità religiose, antropologiche, geopolitiche venivano esaltate, ciascuna nel proprio àmbito territoriale: in altre parole, un mondo politeista.
Essere politeisti, in origine, non significava affatto credere contemporaneamente in tante divinità diverse. Ogni popolo, ogni polis, ogni tribú aveva il proprio dio e venerava in origine soltanto quello; però era cosciente del fatto che altri ne venerassero altri, nel loro spazio, e non concepiva la necessità di andarli a convertire. Si trattava di avere il proprio spazio (nomós) e il proprio ordinamento (nómos) all' interno di un mondo eterogeneo, non di costringere gli altri ad adeguarsi e tendere ad un mondo omogeneo.
Gli dèi stessi esprimono per bocca di Omero il relativismo politeista basato sulla suddivisione territoriale. Ecco ad esempio le parole con le quali il dio greco del mare, Poseidon, difende la pluralità degli àmbiti territoriali e dei relativi dèi:

Siamo tre fratelli, generati da Kronos, nati da Rhea:
Zeus ed io ed Hades, il signore degl' ínferi.
Tutto fu diviso per tre, e ad ognuno toccò in sorte il suo dominio:
a me abitare per sempre il mare schiumoso,
ad Hades la dimora oscura delle ombre,
a Zeus il cielo aperto d' etere e nubi.
La Terra e il Monte Olimpo, invece, li abbiamo in comune.
Ecco perché non mi sottometterò mai a Zeus, per forte che sia;
se ne stia in pace nello spazio toccatogli in sorte!

Come gli dèi erano sovrani ciascuno nel proprio àmbito territoriale ma non dovevano intervenire in quelli altrui, cosí le innumerevoli culture umane.
Nelle sue Storie Erodoto cita stranezze incredibili di popoli esotici, ma il bello è che ne parla senza il tono arrogante di chi si sente superiore: tutte le stravaganze etniche e geopolitiche da lui riferite sembrano voler dimostrare non tanto che i barbari sono inferiori agli elleni, quanto che il mondo è bello perché è vario.
Erodoto partecipò nel 444 a.C. alla seconda fondazione di Thurioi, nel luogo dove precedentemente sorgeva Sibari, sul Golfo di Taranto. Con lui c' era Protagora, che doveva redigere le prime leggi della nuova città-stato.

La mitologia politica di Protagora

Protagora era ritenuto allora (e lo è tuttora) il teorico del relativismo. Tanto per intenderci, fu lui a pronunciare la famosa frase pántoon chremátoon métron estín ánthropos, generalmente tradotta l' uomo è misura di tutte le cose, non senza una certa ambiguità semantica; meglio si renderebbe il concetto traducendo l' individuo è l' unità di misura di tutto.
Coloro che nel corso di due millenni e mezzo hanno odiato il relativismo hanno pensato bene di bruciarne i testi, dunque purtroppo conosciamo Protagora quasi esclusivamente per mezzo di Platone, che certo non lo amava. Eppure perfino dalle faziositá dell' oligarchico Platone emerge un Protagora interessantissimo, fautore di una democrazia diretta non limitata da nessun ruolo dirigenziale di sedicenti esperti. Nel dialogo platonico intitolato, appunto, Protagora, quest' ultimo narra un mito politico, il mito della democrazia diretta. Platone ce lo ha tramandato nel modo seguente.

C' era un tempo in cui esistevano già gli dèi, ma non ancora le specie mortali. Quando anche per queste giunse il momento predestinato alla nascita, gli dèi si misero a modellarle all' interno della Terra, impastando terra e fuoco e ciò che con terra e fuoco si può mischiare. Dovendo poi portarle alla luce, dettero a Prometeo ed Epimeteo l' incarico di fornire a ogni specie ciò di cui aveva bisogno, munendo ognuna delle facoltà che piú le si addicevano. Epimeteo pregò Prometeo di lasciar fare a lui: «Quando avrò distribuito tutte le facoltà, controllerai il risultato».
Prometeo lo lasciò fare. Allora Epimeteo muní qualche specie vivente di forza ma non di velocità; in compenso fece piú veloci le specie piú deboli. Altre le muní di armi, e per quelle a cui assegnò un' indole imbelle escogitò altre facoltà di autodifesa. A quelle di corporatura minuta assegnò la capacità di fuggire volando, oppure di rannicchiarsi sottoterra; a quelle piú grandi infuse l' istinto di difendersi mediante la loro stessa stazza. Insomma assegnò a tutte le specie animali qualche vantaggio che le risarcisse delle loro tare, affinché tutte potessero sopravvivere. E, dopo averle premunite dal pericolo che si annientassero a vicenda, cercò di proteggere ogni specie dalle intemperie stagionali, coprendole di pelliccia ed epidermide adatta al freddo dell' inverno e al caldo dell' estate, in modo che a ciascuna specie crescesse addosso una specie di coperta su misura. Inoltre muní di zoccoli i piedi di una specie e di artigli robusti quelli di un' altra, dando cosí ad ognuna la capacità di nutrirsi in un modo o nell' altro: di erba terragna una specie, di frutta arboree un' altra, di radici una terza e cosí via. A qualche specie riservò la facoltà di nutrirsi mangiando le altre, e in compenso scarsa fertilità, mentre fece molto piú fertili e prolifiche le specie che vengono mangiate da altre.
Tuttavia, quanto ad acutezza di spirito, Epimeteo lasciava un po' a desiderare e non si accorse di aver distribuito tutte le diverse facoltà agli esseri non raziocinanti, mentre il genere umano ancora non aveva ricevuto niente.
Epimeteo non aveva piú nulla da distribuire e non sapeva come togliersi d' impaccio, quand' ecco arrivò Prometeo ad esaminare la distribuzione; vide che tutte le specie avevano ricevuto il necessario alla sopravvivenza, meno quella umana, ch' era ancora nuda e scalza, scoperta ed indifesa. Intanto si avvicinava il giorno predestinato alla comparsa dell' uomo sulla Terra. Per rendere possibile anche al genere umano di sopravvivere, Prometeo ricorse all' espediente estremo d' impadronirsi del fuoco e della tecnica, che erano monopolio del dio Efesto e della dea Atena, e d' insegnarle agli uomini, in modo che avessero gli strumenti necessari a riscaldarsi e a nutrirsi. Per sopravvivere, tuttavia, il genere umano aveva bisogno anche della politica, e Prometeo non poteva insegnargliela, poiché era prerogativa di Zeus, che la custodiva gelosamente. Rubare il segreto dell' arte politica a Zeus andava al di là delle capacità di Prometeo, il quale riuscí soltanto a rubare ad Efesto il segreto del fuoco e ad Atena il resto delle tecniche (e per questi due furti venne poi implacabilmente punito dagli dèi).
Grazie a quelle abilità di origine divina, delle quali li aveva dotati Prometeo, gli uomini non si estinsero, anzi ebbero parte (unici fra tutte le specie animali) al nómos degli dèi, ai quali cominciarono a credere e a dedicare altari ed offerte. Il genere umano cominciò ben presto anche a distinguere e a suddividere i suoni e le parole, e a creare abitazioni e vesti, calzature e coperte per bivaccare e coltivazioni per nutrirsi.
Vivendo sparsi sulla Terra, non racchiusi in città, gli esseri umani venivano però assaliti dagli animali predatori, al confronto dei quali erano deboli e indifesi: le tecniche, che l' uomo aveva appreso, erano piú che sufficienti a mantenerlo in vita, ma non ad avere la meglio sulle bestie feroci. L' uomo, infatti, non conosceva ancora l' arte della politica, della quale fa parte anche l' arte della guerra. Per questo le prime città costruite dall' uomo furono un fallimento: al loro interno regnava il sopruso e l' ingiustizia, tanto che gli abitanti ben presto ne fuggivano e tornavano a disperdersi e a finire preda delle bestie feroci. Preoccupato per la sopravvivenza della specie umana, Zeus incaricò Hermes di andare ad insegnare agli uomini la giustizia e il rispetto, in modo che avessero in sé i presupposti per la convivenza civile e per i legami d' amicizia. Hermes, di rimando, chiese spiegazioni su come impiantare nell' animo umano tali sentimenti:
«Devo distribuirli come son distribuite fra gli umani le diverse tecniche e conoscenze? Queste non sono state date in misura uguale a tutti, al contrario! Soltanto pochi uomini, ad esempio, possiedono l' arte della medicina, e per ognuno di loro ce n' è un' infinità che non ne capisce niente e che quindi deve farsi curare da quei pochi. Devo distribuire cosí anche il senso di giustizia e di rispetto? O devo dividerlo in parti uguali fra tutti gli umani?»
«
A tutti!» rispose Zeus: «Tutti devono avere dentro di sé il senso di giustizia e di rispetto, poiché non sarà possibile alcuna convivenza civile se soltanto pochi possederanno l' arte politica, come soltanto pochi possiedono le altre arti. E dài agli uomini questa legge da parte mia: chiunque non sia capace di giustizia e di rispetto, lo sopprimano in quanto malanno civico».

Con queste parole di Zeus Protagora termina il suo manifesto politico espresso in forma di mitologia. Nell' omonimo dialogo di Platone, Protagora commenta cosí il mito che ha narrato:

Per questo, o Socrate, gli ateniesi (e non solo loro) permettono che tutte le altre arti vengano esercitate da specialisti, eccetto l' arte di governare. Quando ad esempio si tratta di opere edili si fidano degli architetti, e cosí via, e non tollerano ingerenze da parte di chi non eserciti una data arte per professione. Ma quando si tratta dell' arte di governare, allora ogni cittadino ha il diritto d' ingerenza, perché ritengono che tale arte sia per sua natura appannaggio di tutti: altrimenti non potrebbe esistere la polis. Questo, o Socrate, è il motivo.

Altri autori antichi citano singole frasi di Protagora o ne riportano con parole proprie il pensiero, soprattutto il relativismo, esplicitato nell' affermazione protagoriana che ad ogni presunta verità se ne possa sempre contrapporre un' altra non meno vera.
Logicamente, se si ritiene che un calzolaio o uno spazzino possa esprimere non meno verità di un sommo sacerdote, l' applicazione politica concreta che ne consegue è la democrazia diretta, nella quale il potere decisionale è esercitato dall' intera cittadinanza e non delegato a una ristretta cerchia di politici di professione. La conferma ce l' ha data il mito politico narrato da Protagora e tramandatoci da Platone che, per parte sua, non lo condivideva affatto.

La demonizzazione platonica del relativismo

Platone nacque nel 427 a.C. in una famiglia dell' aristocrazia ateniese, una di quelle che si opponevano alla democrazia e furono reinsediate al potere nel 404 dagli spartani vincitori della Guerra del Peloponneso. Ben presto tuttavia la democrazia venne ristabilita ad Atene, e fu in regime di democrazia che Socrate, del quale Platone era discepolo, venne condannato a morte. Per Platone la causa di tutti mali era il relativismo e la sua applicazione concreta in politica. Fin dai suoi primi Dialoghi, ma soprattutto in quelli che scrisse in tarda età, Platone contrappone al vero saggio, al vero educatore, al vero politico (incarnati da un Socrate idealizzato) i sofisti come Protagora, abili nel parlare ma (secondo Platone) vuoti dentro, falsi, venali, nemmeno degni d' esser chiamati filosofi. Il relativismo, sostiene Platone, chiama impropriamente verità le percezioni sensoriali; per questo i relativisti non credono che esista una verità assoluta, bensí tante verità quante sono le impressioni che gli uomini ricevono attraverso i sensi; questi ultimi però, secondo Platone, sono fallaci e incapaci di percepire la verità, che si trova nel mondo delle idee, non nel mondo materiale. Ne consegue ovviamente che la maggioranza del popolo, incapace di concepire idee non corporali (meta-fisiche), è anche incapace di verità e deve pertanto essere esclusa dal potere politico, che spetta a pochi eletti, ai veri filosofi, unici conoscitori della verità.
Come la democrazia diretta è l' applicazione concreta del relativismo, cosí il governo di una ristretta cerchia d' illuminati è l' applicazione politica dell' idealismo. Quella che Platone auspica e descrive è in fin dei conti — in linguaggio moderno — una dittatura di tiranni invasati e ideologizzati alla Pol-Pot. Tanto è vero che Platone non provò nemmeno, come aveva fatto Protagora, ad applicare le sue concezioni politiche ad una polis appena fondata, cioè ad una società di liberi; al contrario, sperò che gliele realizzasse il sanguinario tiranno di Siracusa, dove si recò tre volte (con risultati uno piú catastrofale dell' altro). Altro che democrazia!
«La giustizia », scrive Platone nella Repubblica, «si realizza quando ognuno, a seconda di quello che è, svolge soltanto il suo ruolo e non s' impiccia d' altro»!
Il che è esattamente l' opposto di quanto Protagora, come abbiamo visto, fa dichiarare a Zeus: «Nell' arte di governare, ogni cittadino deve poter interferire».
Eppure, da Cicerone a Dante, da Raffaello a Rembrandt, e ancora oggi, tutti esaltano Platone il divino filosofo e il suo alter ego letterario Socrate, mentre Protagora, se mai viene nominato, è per tutti il bieco sofista, il ciarlatano, il losco figuro, il chiacchierone bugiardo. Un esempio per tutti: sul retro di copertina di un' edizione recentissima del dialogo omonimo, pubblicata dal piú grande editore italiano, l' opera viene riassunta con le seguenti espressioni:

Socrate e Protagora discutono il problema della virtú nella casa del ricco ateniese Callia di fronte ai piú celebri sofisti del tempo; un incontro straordinario nel "focolare della sapienza dell' Ellade", un appassionante confronto metodologico tra Socrate, il vero educatore, e il sofista, "trafficante di nozioni", nel dialogo artisticamente piú compiuto del primo Platone.

Come si è giunti a tanta aberrazione di giudizio?
Chi abbia messo anche soltanto il naso nell' ambiente accademico, sa bene che vi si fa carriera con la sottomissione e i luoghi comuni, piú che con il ragionamento senza pregiudizî: non tanto pensare, quanto imparare a memoria i varî ipse dixit, ripetere a pappagallo la lectio magistralis del professore è sempre stato, dall' Accademia di Atene in poi, il metodo piú sicuro per ereditare le cattedre. Di generazione in generazione, il pregiudizio sul "divino" Platone/Socrate contrapposto al "falso" Protagora è arrivato fino a noi, sempre ammantato d' un' aura di verità indiscutibile.
Ma come è potuto nascere, un pregiudizio tanto campato in aria che se n' accorge chiunque si prenda la briga di leggersi i testi spassionatamente (i testi, non le fotocopie scelte, tagliate e interpretate dal professore di turno)?
Ebbene, immaginatevi di trovarvi a discutere con altri cittadini sull' agorà di Atene, 2500 anni fa.
Protagora vi ascolta e poi vi dice: «Le tue parole valgono quanto quelle del calzolaio e del macellaio».
Anche Platone (o il suo Socrate) vi ascolta, e poi vi dice: «Hai parlato come un dio, sei fra i migliori di tutti, la verità è appannaggio di pochi e tu sei fra questi...»
Be', io credo, a freddo, che abbia ragione Protagora, ma non mi stupirei se mi lasciassi abbindolare da Platone. Chi di noi non ha la vanità di ritenersi istintivamente migliore di altri? Chi non è convinto di saperla piú lunga? Chi non crede, non dico di possedere, ma almeno d' intravedere la verità? Platone ci lusinga, c' invita a coltivarla, la presunta verità di cui ci sembra di vedere un barlume; Platone ci dice che gli altri, gli analfabeti, devono essere guidati da chi, come noi, legge e ragiona ed ha in sé almeno una scintilla di verità. In linguaggio moderno (capitalista), Platone c' invita a far parte della classe dirigente o (detto alla marxista) dell' avanguardia della classe operaia; Protagora, invece, ci dice che non possediamo piú verità di quanta non ne possegga l' ultimo imbecille analfabeta, e che non dobbiamo esercitare né piú né meno potere politico di quanto non ne eserciti costui.
Stando cosí le cose, davvero vi stupite che quasi tutti gli intellettuali successivi abbiano esaltato per partito preso Platone/Socrate e denigrato Protagora e il relativismo?

La globalizzazione antica

L' evoluzione geopolitica del mondo antico assestò la spallata finale all' idea del relativismo, o almeno alla sua applicazione pratica che si esplicitava in una pluralità di città-stato (polis) rette a democrazia diretta e coscienti delle legittime, reciproche differenze legislative e religiose.
Se l' età classica propriamente detta era il mondo delle differenze descritto da Erodoto, il mondo nel quale la superiorità di Zeus/Giove era piú teorica che pratica, e in realtà ogni luogo aveva una sua propria divinità particolare, che si contentava di essere la piú importante a livello locale, senza pretendere l' esclusiva mondiale — questa tolleranza politeista cominciò ad entrare in crisi quando il mondo mediterraneo si ritrovò unificato nell' Impero Romano. Trovandosi ormai i popoli civili riuniti in uno stato, trovandosi ad ubbidire ad una legislazione e ad un imperatore, era inevitabile che prima o poi si propagasse l' idea farneticante di un unico dio, insofferente di tutti gli altri. E di una sola verità, insofferente di tutte le altre. Il monoteismo di stampo cristiano divenne religione di stato con Costantino e lo restò per sedici secoli. Della cultura pagana il cristianesimo rifiutò e distrusse quasi tutto, ma salvò non a caso Platone. Da allora, generazione dopo generazione di docenti saccenti e discenti ubbidienti hanno ripetuto come pappagalli, in aule col crocifisso alla parete, le menzogne di Platone su Protagora, sulla democrazia diretta, sul relativismo. E diffuso arroganti luoghi comuni quale quello delle presunte radici cristiane dell' Europa; come a dire: l' Europa c' est moi! Come a dire: non esisteva cultura europea prima del cristianesimo!
Eppure, mezzo millennio avanti Cristo già si discuteva di relativismo, e la vita pubblica ne era improntata... Le radici della mia Europa son quelle.


Marco Bucciarelli, il toscanaccio: un europeo fuori dal coro.

Marco Bucciarelli, il toscanaccio: ein unangepaßter Europäer.

Marco Bucciarelli, il toscanaccio: un Européen hors du troupeau.

 

www.toscanaccio.eu