lettera di un senese da Roma
(8 aprile 1713)
Venerdí passato, volendo il padre Damasceno tenere tra tante stazioni quadragesimali una privata cappella nel suo Apocrifa Apocriforum, espose le sue reliquie, avendo ottenuto il tesoro di cento giorni di grazia dal conte di Culagna a chi le avesse visitate, pregando secondo la sua intenzione; cioè per le lezioni di san Cresci; per l' estirpazione del tamburo e de' grottoni; per la dilatazione dell' eresia chiappina; per la promozione del padre Scafò e del padre Laderchi; per la stabilità della basilica iscariotense e della villa Aceldama; per lo spaccio de' superlativi ecc. Le reliquie esposte erano diverse da quelle, di cui un' altra volta stampò la lista con le sue infallibili autentiche: e questa appresso è la nota.
Reliquia prima: Un gran pezzo di legno dell' Arca di Noè dalla parte superiore, con tutta la finestrella donde uscí il corvo. E questo gran monumento fu portato una volta da certi Armeni; e con tutto che non abbi altra autentica che un' inveterata tradizione, pare che resti approvato il suo culto, prima dal continuo prodigio, che si vede ogni dí nel ritirarsi e strambare che fa detto legno, allorché entra nella cappella qualche bastardo; secondariamente da molti voti, che vengon sempre ad appendere alla finestrella del corvo, tutti quei buoni Padri della Compagnia, che han l' ispirazione d' uscirne.
Reliquia seconda: La mascella dell' asino che abbeverò Sansone. Reliquia venerata da molti cortigiani romani, che vivon sopra l' osso delle pensioni caricate sopra i poveri curati e vescovi, che portano la soma a fare sguazzare altrui.
Reliquia terza: Una coda abbrustolita delle volpi dell' istesso Sansone, riconosciuta con giuramento al confronto della coda di certi ipocriti, nella quale hanno il fuoco, e rovinano con quella tutto il paese dove passano.
Reliquia quarta: Uno de' lenzuoli, dove dormiva Oloferne quando fu ucciso da Giuditta, in cui chiaramente si vedono alcune polluzioni in sogno del lascivo capitano: ed il padre Tamburino ed il padre Escobar, morali degnissimi d' ogni fede, asserirono che in dette macchie, guardandole con la lente, vi si conosce distinta la cattiva intenzione contro Giuditta istessa. Questa sorta di lente non si trova adesso che presso i padri ministri de' seminari, i quali, riconoscendo ogni mattina i letti dei collegiali, voglion vedere tutte le applicazioni de' loro pensieri notturni.
Reliquia quinta: La collana del Bargello di Gerusalemme, da cui fu spogliata e battuta la sposa de' Cantici, mentre cercava una notte il suo sposo. Vi è la ricognizione di molti prelati toscani angariati dalle collette fiorentine, ravvisando ognuno la loro Chiesa figurata in quella sposa, e li sbirri di questa esecuzione significati in quel ministro impertinente di Salomone.
Reliquia sesta: Un' ampollina di calor naturale ben racchiuso, estratto dagli amplessi innocenti di quella fanciulla ebrea, che riscaldava il Re David decrepito giacendo con lui; mandata dalla signora Donna Mima Borghesi a monsignore d' Aste, e da lui regalata a questa apocrifa basilichetta damascena.
Reliquia settima: L' ultima ventosità di Giuda, ritrovata addosso ultimamente ad un ecclesiastico vivuto e morto ingrato alla Santa Sede nel ministero d' un monarca secolare, e lacerato infine dalla sua disperazione. Questo prezioso monumento sta racchiuso in una vescica di capretto; ma si pensa adattarlo in una piú propria custodia, cioè nella borsa testicolare del musico Montalcino, ed a suo tempo sarà trasportata alla basilica iscariotense.
Reliquia ottava: L' aspersorio del Piovan Arlotto, col quale benediceva la gente con l' olio; e vi è scritta nel manico la formula della sua benedizione: Doman te n' avvedrai. Questo fu portato a Roma molt' anni sono da frate Carlo del Gesú Maria, ed adoprato da lui e da fra Benigno sopra le sue devote in quella sorte di febbre che si chiama la febbre di san Pavolo, ed in tutte le loro benedizioni notturne.
Reliquia nona: Il sacco di Brandano, cioè quello che trascinava per Roma pronosticando il funestissimo sacco del 1527. Questo fece ultimamente delle terribili visioni al signor principe Borghesi, al Montioni ed altri; e questa è una reliquia, a cui il basso popolo romano ha mostrata poco fa gran devozione.
Reliquia decima: Il cappuccio di Carlo V quando si fece frate, che fa continui miracoli nel guarire da' dolor colici; benché molti maligni dicon esser ciò effetto naturale, stimandolo di pelle di lupo.
Reliquia decimaprima: Il martellino castissimo del morto principe Panfili, con cui ruppe tutti gli scandalosi genitali alle bellissime statue della villa di San Pancrazio.
Reliquia decimaseconda: Una pezza ed una fascia insanguinate, che servirono a medicare le stimmate del padre Laderchi, da lui ricevute in Faenza, con la recognizione e confessione del medesimo venerabilissimo Padre, e di quello istesso cirusico fiorentino che ha riconosciuti i calcinacci insanguinati nella catacomba di san Cresci.
Reliquia decimaterza: Una mezza natica del fratellin Polidoro, compagno del padre Laderchi, e missionario candidato nell' Isole Natanti, la qual natica gli fu staccata da un delfino lussurioso, nell' atto che il giovine generosamente resistette alle violenze di quello che voleva rapirlo.
In ultimo vi si vedeva esposto il corpo del legittimato mulo della lettiga trappense, intorno a cui avevano già appesi molti stivaletti alcuni cavallerizzi di Roma, in riconoscenza della dignità cavallina data a detto mulo dal conte di Culagna; e dicono che detto corpo, in segno di non esser piú corpo di mulo, guarisca da tutti i calci che tutto dí si ricevono dalle bestie beneficate.
Non vi fu gran concorso di popolo a visitare queste Reliquie e solamente comparvero alcuni fedeli i quali diedero gran segno di pietà bacchettonesca. Dicono che il P. Damasceno procuri ottenere dal Granduca qualche Reliquia di San Cresci come Reliquia di Valcava ed allora si pensa che vi sarà piú concorso di popolo a questa Basilica Damascena olla apocrifa apocriforum. La quale veramente è priva di una gran Reliquia se vi manca San Cresci.

Il testo
qui sopra riprodotto è l' ultimo degli avvisi (come li chiamava lui)
che Girolamo Gigli fra il 1712 e il 1713 scriveva a mano e spediva per posta
agli abbonati alla sua mailing list, come si direbbe oggi.
Nel 1765 vennero postumamente raccolti in volume, e la critica letteraria
moderna li considera un' opera che «oscuramente
e inconsapevolmente»
(E. Allodoli) aprí la grande stagione della satira settecentesca (otto anni
piú tardi, nel 1721, apparvero le Lettres Persanes del Montesquieu
e nel 1726 il Gulliver di Swift).
Girolamo Gigli
(1660-1722) fu forse l' ultimo senese degno di dirsi
tale. Fu un senese all' antica: ribelle, fazioso, polemico, caustico, fiero
di parlare la sua lingua, in aperta contraddizione col mondo accademico,
tanto che 312 esemplari di un vocabolario da lui redatto (e proibito dalla
curia romana) vennero pubblicamente dati alle fiamme a Firenze il 9 settembre
1717 per ordine dell' Accademia della Crusca!
L' autore stesso venne perseguito penalmente e costretto a sottoscrivere
un' abiura linguistica. Tutto questo soltanto per aver osato denigrare la
lingua degli accademici!
Immaginatevi le angherie che ebbe a subire per le sue satire sulla Compagnia
di Gesú...
Marco Bucciarelli, il toscanaccio: un europeo fuori dal coro.
Marco Bucciarelli, il toscanaccio: ein unangepaßter Europäer.
Marco Bucciarelli, il toscanaccio: un Européen hors du troupeau.
www.toscanaccio.eu